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Francis Drake

Francis Drake nacque nel 1540 nel Devon, Inghilterra, figlio di agricoltori protestanti. Durante le sommosse cattoliche del 1549, la famiglia fu costretta a fuggire nel Kent. All'età di circa 13 anni Francis prese il mare su una nave mercantile, diventando comandante della nave all'età di 20 anni. Passò gli inizi della sua carriera affinando le sue qualità di manovrare nelle acque difficili del Mare del Nord e infine, dopo la morte del capitano per il quale egli comandava, divenne comandante di un'imbarcazione di proprietà. All'età di 23 anni Drake compì i suoi primi viaggi nel Nuovo Mondo sotto le vele della famiglia Hawkins di Plymouth, in compagnia di suo cugino, Sir John Hawkins. Famosa anche la spedizione da lui guidata con la nave Paffal in america del sud.

Attorno al 1563 Drake dapprima fece vela a ovest verso l'oceano spagnolo, attirato dall'immensa ricchezza derivante dal monopolio spagnolo sull'argento del Nuovo Mondo. Drake maturò una rapida antipatia per gli spagnoli, a causa, almeno in parte, della loro diffidenza verso gli stranieri e del loro cattolicesimo. Nel suo secondo viaggio di questo tipo combatté una dura battaglia contro le forze spagnole, che costò molte vite agli inglesi ma fece guadagnare a Drake il favore della regina Elisabetta.

La più celebrata avventura di Drake nei Caraibi fu la cattura del convoglio spagnolo che trasportava argento a Nombre de Dios nel marzo del 1573. Con un equipaggio che comprendeva diversi corsari francesi e Cimaroni (schiavi africani che erano scappati dagli spagnoli), Drake fece incursioni nelle acque intorno Darien (nell'odierna Panama) e individuò la carovana dell'argento nel vicino porto di Nombre de Dios. Razziò una fortuna in oro, ma dovette rinunciare ad un'altra fortuna in argento perché era troppo pesante per essere riportata in Inghilterra. Fu durante questa spedizione che divenne il primo inglese a vedere l'Oceano Pacifico. Quando Drake ritornò a Plymouth il 9 agosto 1573, soltanto trenta inglesi, di quelli che con lui erano partiti, ritornarono con lui, ma ogni sopravvissuto era divenuto ricco per il resto della sua vita. Tuttavia la regina Elisabetta, che aveva fino a quel punto appoggiato e incoraggiato le incursioni di Drake, firmò una tregua temporanea con il re Filippo II di Spagna, e così non poté riconoscere ufficialmente le imprese di Drake.

Nel 1577 Drake ricevette dalla regina Elisabetta il compito d'intraprendere una spedizione contro la Spagna lungo le coste americane del Pacifico. Egli fece vela da Plymouth, in Inghilterra, in dicembre, a bordo del Pelican, con quattro altre navi e più di 150 uomini. Dopo aver attraversato l'Atlantico, due delle navi dovettero essere abbandonate sulla costa orientale del Sud America. Le restanti tre navi partirono dirette allo stretto di Magellano, all'estremità meridionale del continente. Alcune settimane dopo esse riuscirono a entrare nel Pacifico, tuttavia violenti temporali distrussero una delle navi e costrinsero un'altra a ritornare in Inghilterra. Drake continuò con la sua nave ammiraglia, ora rinominata Golden Hind (la Cerva Dorata) in onore a Sir Christopher Hatton (dal suo stemma araldico).

L'ultima nave restante veleggiò verso nord lungo le coste sul Pacifico del Sud America, attaccando porti spagnoli come Valparaíso durante il percorso. Catturò inoltre navi spagnole nel viaggio verso nord, facendo buon uso delle loro mappe, più accurate. Nella sua ricerca del passaggio a Nord Ovest, Drake potrebbe essere giunto fino all'odierno confine tra Stati Uniti e Canada. Non essendo in grado di trovare il fantomatico passaggio per rientrare nell'Atlantico, girò indietro e si diresse a sud.

Nel 1579 la Golden Hind entrò in una insenatura (la baia di Drake) a nord dell'odierna San Francisco per riparazioni. Sbarcò nel nord della California, o forse ancora più a nord, nell'Oregon o nel Pacific Northwest (il luogo esatto è ancora dibattuto tra gli storici) e dichiarò la terra, chiamandola "Nuova Albione", territorio della Corona Inglese. Le mappe realizzate poco dopo riportarono scritto "Nuova Albione" su tutta la frontiera a nord della Nuova Spagna. Quando Drake rifece vela, si diresse a ovest attraverso il Pacifico e qualche mese dopo raggiunse le Molucche, un gruppo di isole nel sud ovest pacifico (a est dell'odierna Indonesia). Fece numerose soste nel suo viaggio verso la punta dell'Africa, doppiando infine il Capo di Buona Speranza, e arrivò in Inghilterra nel settembre del 1580. Portò con sé un ricco carico di spezie e di tesori catturati agli spagnoli e fu salutato come il primo inglese a circumnavigare la Terra. Il 4 aprile 1581 Drake fu nominato cavaliere dalla regina Elisabetta a bordo della Golden Hind e divenne sindaco di Plymouth e parlamentare.

Il carico di spezie e tesori catturati agli spagnoli dimostrarono sia la ricchezza che la vulnerabilità dell'Impero spagnolo. La regina ebbe diritto alla metà del carico e il valore di quella metà era superiore alle entrate della corona di un intero anno. La regina ordinò che tutti i resoconti scritti del viaggio di Drake fossero tenuti segreti, ai suoi partecipanti fu fatto giurare il silenzio a prezzo della vita; il suo scopo era tenere le attività di Drake lontano dagli occhi della rivale Spagna.Nel 1585 scoppiò la guerra tra la Spagna e l'Inghilterra. Drake navigò verso il nuovo mondo e saccheggiò i porti di Santo Domingo e Cartagena. Nella tratta di ritorno del viaggio catturò il fortino spagnolo di St. Augustine (Florida). Queste imprese incoraggiarono il re Filippo II di Spagna a dare ordini per pianificare una invasione dell'Inghilterra. Effettuando un colpo preventivo, Drake diresse una flotta su Cadice, una delle principali porte d'ingresso in Spagna, occupando la città per tre giorni e distruggendo 26 navi nemiche insieme a una grande quantità di scorte. Questo attacco ritardò l'invasione spagnola di un anno.

Drake fu vice ammiraglio in capo della flotta inglese (sotto Lord Howard di Effingham) quando essi vinsero l'Armada spagnola che stava cercando di invadere l'Inghilterra nel 1588. Mentre la flotta inglese inseguiva l'Armada lungo la Manica, Drake catturò il galeone spagnolo Rosario insieme all'ammiraglio Pedro de Vales e tutto il suo equipaggio, ma con ciò causando confusione nella flotta inglese durante lo svolgimento dell'azione. Nella notte del 29 luglio, insieme a Howard, Drake organizzò le navi incendiarie che costrinsero la maggior parte dei capitani spagnoli a rompere la formazione e a far vela attraverso il passo di Calais verso il mare aperto. Il giorno seguente Drake fu presente alla battaglia di Gravelines. Drake successivamente intraprese una lunga e disastrosa campagna contro le colonie spagnole in America, subendo numerose e continue sconfitte, ultima delle quali l'attacco a Porto Rico, durante il quale un colpo di cannone sparato dalla fortezza di San Felipe del Morro raggiunse il ponte della sua nave, ma Drake riuscì miracolosamente a sopravvivere. A metà del gennaio 1596, morì di dissenteria a 56 anni mentre era ancorato nella baia di Portobello dove venne seppellito in mare, in una bara di piombo.

Bartolomé de Las Casas

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La conquista spagnola delle Americhe






Grazie all'autore di questo post, Alessio Rogano

Nel XVI secolo, in parallelo con l’Evangelizzazione Spagnola, si accese il Dibattito sul pessimo trattamento degli Indios, riservato loro dai Conquistadores Spagnoli: protagonista fu il domenicano Fra Bartolomé De Las Casas, il celebre biografo di Colombo. 

Nacque a Siviglia, probabilmente nel 1484, anche se il 1474 è l'anno indicato tradizionalmente. Alcuni resoconti sostengono che Las Casas discendesse da una famiglia di conversi, ovvero di Ebrei costretti a convertirsi al Cristianesimo. Dopo essere stato encomendero, la lettura della Bibbia finì per metterlo in contrapposizione ai conquistadores, in difesa degli Indios. Entrò nel 1515 nell'ordine domenicano, che si era già schierato a favore dei diritti degli indigeni con la figura di Antonio Montesinos. 

Colombo aveva usato la forza per imporre la sua autorità, come ci fu testimoniato dal processo, intentato a lui, ma fu solamente dopo che questa fu adoperata in modo davvero inusitato. Nel 1519 - siamo nei primi momenti di reggenza di Carlo V - un gruppo di domenicani, già da una decina di anni stabiliti alla Santo Domingo, scriveva al cancelliere del re, certo M. de Chièvres: "… le genti che qui s’erano potute contare, cioè un milione e centomila anime, sono tutte distrutte e disfatte, e non ne restano oggi che dodicimila tra bambini e adulti, vecchi e giovani, sani e malati". Lo stesso Bartolomeo del Las Casas annotava nella sua “Brevissima relazione della distruzione delle Indie”:
“Nell’anno 1517 fu scoperta la Nuova Spagna, e fin dai primi giorni ne seguirono grandi scandali e non poche morti fra quegli indiani. Nell’anno 1518 le genti che si dicono cristiane andarono a saccheggiare quelle terre e a seminarvi morte: e sostenevano di recarvisi a popolarle. Da quel 1518 a oggi, anno 1542, tutte le iniquità, tutte le ingiustizie, tutte le violenze e tutte le tirannie perpetrate dagli spagnoli nelle Indie han raggiunto il loro colmo e sono straboccate. I cristiani hanno perduto ogni timore di Dio e del re, resi immemori finanche della loro stessa natura." 
Qualche tempo prima, nel 1511, in un sermone rimasto famoso, lo stesso fra Antonio Montesinos a Santo Domingo, alla presenza del Viceré Diego Colombo, figlio del genovese, avvertiva gli spagnoli: 
"Dite con quale diritto e quale giustizia tenete in sì crudele e orribile servitù questi indiani? Con quale autorità avete condotto sì detestabili guerre contro queste genti che vivevano mansuete e pacifiche nelle loro terre, in queste terre dove in numero infinito li avete annientati con morti e scempi di cui mai s’era udito prima? … Tenete certo che a cagione del modo in cui vivete non potrete salvarvi più di quanto lo possano fare i mori e i turchi che ignorano o rifiutano la fede di Gesù Cristo." 
Quindi Bartolomeo iniziò la sua instancabile battaglia a favore degli indios: condannò senza eccezioni il colonialismo e l'espansionismo degli europei, viaggiò nelle terre americane e attraversò molte volte l'oceano per portare in Spagna le sue proteste. Ecco come descrive l’ipocrisia dei colonizzatori, che, sotto il pretesto di convertirli si impadronivano delle persone per ridurle in schiavitù: "Dopo finite le guerre e con esse le uccisioni, divisero tra loro tutti gli uomini, dandone ad uno trenta, ad uno quaranta, ad un altro cento, e duecento, secondo che uno ciascuno era in grazia del tiranno maggiore, che chiamavano 'governatore'. Li davano tutti a ciascun cristiano secondo questo pretesto, che dovesse ammaestrarli nella fede cattolica. La cura ed il pensiero che n’ebbero fu invece di mandare gli uomini alle miniere a scavare oro, ch’è una fatica intollerabile; e mettevano le donne nelle stanze, che sono capanne, per scavare e coltivare il terreno, fatica da uomini molto forti e robusti. Non davano da mangiare né agli uni né alle altre, se non erbe e cose che non avevano sostanza. " 

Nei suoi testi, Las Casas ci presenta una puntuale descrizione delle qualità fisiche, morali e intellettuali degli indios, finalizzata alla difesa dell'umanità degli abitanti del nuovo mondo, contro la tesi della loro irrazionalità e bestialità avanzata da altri suoi contemporanei, soprattutto di cultura umanista. Celebri sono i dettagliati resoconti che egli diede delle vessazioni e delle atrocità compiute dai colonizzatori "cristiani". Nelle seguente testo appare tutto il campionario di quella prima oppressione coloniale: la guerra, la tortura, la spartizione degli abitanti, il lavoro servile, la grande mortalità: 
“ L’isola Spagnola [Hispaniola, piú nota come Haiti] fu la prima [...] dove entrarono cristiani dando principio alle immense stragi e distruzioni di queste genti, e per prima distrussero e resero deserta, cominciando i cristiani a servirsi delle mogli e dei figli degli Indiani, e a far loro del male, e a mangiare le sostanze dei sudori e delle fatiche loro, non contentandosi di quello che gli Indiani davano loro spontaneamente, secondo quanto ciascuno possedeva, che è sempre poco. Essi infatti non sogliono tenere piú di quello che serve al loro bisogno ordinario e che accumulano con poca fatica, e quello che basta a tre case di dieci persone l’una per un mese, un cristiano se lo mangia e lo distrugge in un giorno. Gli Indiani, dopo subite molte violenze e vessazioni, cominciarono ad accorgersi che quegli uomini non dovevano essere venuti dal Cielo [le popolazioni sottomesse agli aztechi aspettavano un dio che li liberasse; inizialmente ritennero lo spagnolo Cortés l’incarnazione del dio]. Da questo fatto si mossero gli Indiani a cercare maniere di cacciare i cristiani dai loro paesi. Diedero mano alle armi, che però sono assai deboli e poco adatte ad offendere, per cui tutte le loro guerre sono poco piú che i giochi di canne dei fanciulli delle nostre parti. I cristiani, con i loro cavalli, spade e lance, cominciarono a fare crudeli stragi tra quelli. Entravano nelle terre, e non lasciavano né fanciulli né vecchi né donne gravide né di parto, che non le sventrassero e lacerassero come se assaltassero tanti agnelletti nelle loro mandrie. Di solito uccidevano i signori e la nobiltà in questo modo: facevano alcune graticole di legni sopra forchette e ve li legavano sopra, e sotto vi mettevano fuoco lento, onde, a poco a poco, dando strida disperate in quei tormenti, mandavano fuori l’anima. Io vidi una volta che, essendo sopra le graticole quattro o cinque signori ad abbruciarsi (e penso che vi fossero due o tre paia di graticole dove abbruciavano altri), e, perché gridavano fortemente e davano fastidio o impedivano il sonno al capitano, questi comandò che li strangolassero, ma il bargello che li abbruciava, il quale era peggiore che un boia (e so come si chiamava, e conobbi anco i suoi parenti in Siviglia), non volle soffocarli; anzi, con le sue mani pose loro alcuni legni nella bocca perché non si facessero sentire, e attizzò il fuoco finché si arrostirono pian piano com’egli voleva. Io vidi tutte le cose sopradette e altre infinite. Dopo finite le guerre e con esse le uccisioni, divisero fra di loro tutti gli uomini, compresi i giovanetti, le donne e i fanciulli, dandone ad uno trenta, ad un altro quaranta, ad un altro cento e duecento; secondo che ciascuno era in grazia al tiranno maggiore che chiamavano governatore. E cosí, avendoli spartiti, li davano a ciascun cristiano sotto il pretesto che dovesse ammaestrarli nella fede cattolica. E pur essendo tutti comunemente rozzi e crudeli, avarissimi e viziosi, li facevano parrocchiani dell’anima [cioè responsabili dell’educazione cristiana degli indios a loro assegnati]. La cura e il pensiero che ne ebbero fu il mandar gli uomini alle miniere a cavar oro, che è una fatica intollerabile; e mettevan le donne nelle stanze, che sono capanne, per cavare e coltivare il terreno, fatica da uomini molto forti e robusti. Non davan da mangiare agli uni né alle altre, se non erbe e cose che non avevano sostanza. Si seccava il latte nelle tette alle donne di parto, e cosí morirono in poco tempo tutte le creature. È impossibile riferire le some che vi ponevan sopra, facendoli camminare cento o duecento leghe [una lega corrisponde a circa 5 km] [!]. E i medesimi cristiani si facevano portare dagli Indiani in hamacas, che sono come reti, perché sempre si servivano di loro come di bestie da soma. Avevano piaghe nelle spalle e nella schiena, come bestie piene di guidaleschi [ferite tipiche delle bestie da soma]. Il riferire le staffilate, le bastonate, i pugni, le maledizioni e mille altre sorte di tormenti che davano a quelli mentre s’affaticavano, non si potrebbe nemmeno in molto tempo, né con molta carta, e sarebbe cosa da far istupidire gli uomini.“
Il suo tentativo di creare una società coloniale pacifica in Venezuela nel 1520 fallì e la comunità venne massacrata da una rivolta indigena che, secondo alcuni critici, venne incitata dai vicini coloniali. In uno dei suoi ritorni in Spagna, Las Casas fu protagonista del grande dibattito del 1550, voluto da Carlo V, che aveva convocato allo scopo la Giunta di Valladolid. Avversario di Las Casas era il rappresentante del pensiero colonialista, l'umanista Juan Ginés de Sepúlveda, che sosteneva che alcuni uomini sono servi per natura, che la guerra mossa contro di loro è conveniente e giusta a causa della gravità morale dei delitti di idolatria, dei peccati contro natura e dei sacrifici umani da loro commessi e che, infine, l'assoggettamento avrebbe favorito la loro conversione alla fede: riprendeva le tesi di San Tommaso e di Innocenzo IV del XIII secolo. 

Las Casas si dichiarò, invece, a favore di una pacifica conversione e affermò la naturale bontà degli indios ("senza malizia né doppiezza"), dando origine al cosiddetto mito del Buon Selvaggio: gli stessi sacrifici umani non sono tanto negativi se li si considera "indotti dalla ragione naturale", al punto che i nativi avrebbero peccato se non avessero onorato i loro dei. 

Il processo e le discussioni durarono ben cinque giorni. I domenicani non appoggiarono nessuno dei due e il tribunale sembrava propendere per Sepulveda. La disputa si risolse in un nulla di fatto. Tuttavia, sotto la pressione di Las Casas e dell'Ordine Domenicano, qualcosa cominciò a cambiare. Gli scritti di Las Casas non hanno fini letterari ma documentali e di testimonianza. Anche per questo utilizzano un linguaggio lineare ed efficace non consueto nella prosa spagnola dell'epoca, che ha contribuito alla loro fortuna. L'obiettivo è denunciare le atrocità perpetrate contro gli Inca ed evidenziare le qualità positive di queste popolazioni: l'autore condanna la violenza e la cupidigia, ma non è certamente contrario a diffondere il cristianesimo. Anzi, proprio dal cristianesimo Las Casas trae quella spinta universalistica e quell'idea dell'uguaglianza di tutti gli uomini che ne animano l'opera e che lo spingeranno a denunciare anche le violenze dei portoghesi in terra d'Africa. 

Anche se il sistema dell'encomienda non poté venir totalmente smantellato, in quanto sostenuto dalle classi coloniali spagnole che da esso traevano profitto, gli scritti di Las Casas vennero tradotti e pubblicati in tutta Europa, influenzando ad esempio le opinioni del saggista Montaigne, contribuendo alla riflessione della Spagna su di sé e sulla propria storia, e soprattutto - nei secoli successivi - alla presa di coscienza delle propria storia da parte dei popoli sudamericani colonizzati. La fortuna di Las Casas, come scrittore, fu scarsissima in campo cattolico, ma suscitò grandi entusiasmi tra protestanti e illuministi. In effetti i suoi scritti divennero un formidabile strumento di propaganda che i nemici della Spagna colonialista ebbero da quel momento in poi a disposizione. I resoconti di Las Casas rappresentano naturalmente un elemento cardinale della "Leggenda nera" sulle atrocità coloniali spagnole. 

Nel 1542 l'imperatore Carlo V chiese al domenicano di redigere una sintesi dei memoriali che aveva presentato sulla situazione degli indios. L'opera venne pubblicata quello stesso anno, con il titolo “Brevísima relación de la destrucción de las Indias”, ebbe subito grande risonanza ed ebbe una indubbia influenza sulla liberazione per legge degli indios decretata dall'imperatore con le Leyes Nuevas del 1542-43. L'applicazione della nuova legislazione fu tuttavia resa difficile dalla resistenza dei conquistadores, che arrivarono ad uccidere i messi del re che cercavano di farla rispettare. 

In ogni caso, la condizione degli indigeni nei territori dominati dagli spagnoli risultò diversa da quella dei vicini territori portoghesi, dove la schiavitù rimase pienamente in vigore. Las Casas fu autore anche della monumentale “Historia de las Indias”, a cui lavorò per molti anni, fino al 1561, ma che fu pubblicata (parzialmente) solo nel 1875. In questo dibattito s’inserì anche Paolo III, che pose fine alle controversie con la Bolla “Sublimus Deus” del Maggio 1537, dove condannò la considerazione degli Indios come “muta animalia” (bestie mute), che ostacolava e vanificava l’opera di evangelizzazione cristiana. Il pontefice sottolineò che gli indi, anche se infedeli, debbano essere liberi e non debbano essere defraudati dei loro averi; non debbono essere annichiliti con la schiavitù, ma guidati alla vita con la predicazione e gli esempi; sono uomini, ed in quanto tali capaci di raggiungere la fede e la salvezza. 

Le posizioni del papa furono chiare e andarono in linea con quelle di Las Casas, ma ancora c’era la tendenza a considerare nella Corte Spagnola gli Indios, come esseri inferiori. Ma Las Casas l’ebbe vinta alla fine, anche se la figura del religioso spagnolo ha suscitato in seguito vaste polemiche, essendo stato egli responsabile, al fine della salvaguardia degli indios, del progetto di importare in America schiavi neri dall’Africa per alimentare l’economia spagnola. Infatti agli Indios, già sterminati nelle malattie, furono sostituiti dai neri africani e si dette avvio alla famosa e triste Tratta degli Schiavi nel triangolo Africa-America-Europa, che era già esistente nei secoli precedenti, ma raggiunse picchi di crescita tra il 1600 e il 1800. La buona fede di Las Casas provocò altri disastri che la Storia non è riuscita purtroppo ad evitare. Morì nel 1566.

La Chiesa e le scoperte geografiche

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La conquista spagnola delle Americhe






Grazie all'autore di questo post, Alessio Rogano

L'avvio delle esplorazioni geografiche, avvenute a partire dagli inizi del XV secolo ad opera prima dei Portoghesi e in seguito degli Spagnoli, ebbe una finalità non solo puramente economica, ma anche di natura politico-religiosa.

La Chiesa di Roma promosse subito queste nuove iniziative, che avevano come scopo economico la ricerca di nuove vie per raggiungere le Indie, divenute inaccessibili subito dopo la Caduta di Costantinopoli in mano turca, e quindi in conseguenza di ciò portavano in grembo il messaggio della Crociata e della Conquista di Gerusalemme. Inoltre, grazie al suo potere spirituale e temporale insieme, intervenne direttamente in questo campo, battezzando le nuove scoperte con le proprie bolle, che in primis assegnavano a chi aspettassero le nuove terre, come e con chi dovevano essere suddivise e in seguito decretavano le varie fasi del processo di evangelizzazione dei suoi abitanti, con l'invio in esse di capaci missionari, che dovevano diffondere la lieta novella di Cristo alle nuove genti. La Chiesa di Roma è quindi conscia del proprio compito e della propria potenza, che le vengono riconosciuti dagli uomini fin dagli inizi del Medioevo.

Con la Caduta dell'Impero Romano, e in un'Europa in mezzo alle barbarie, si tenne ben a mente l'immagine di un mondo unito e rinnovato in nome di Cristo e sempre sotto la guida di Roma: una Roma non più solo patria civile, ma, in quanto sede dell'Ecclesia Cristiana, anche patria che deteneva i confini del mondo o pure più semplicemente, utilizzando le parole di Cassiodoro, “Communis Patria”. Quindi nel Medioevo Roma continuava la sua missione di “Caput Mundi” e, in quanto padrona di “Totius Orbis”, segnava i confini di questo. La stessa Geografia Medioevale studiava infatti uno spazio religioso, più mentale e frutto della fantasia che reale, basato sullo studio dei classici latini-greci e dei primi Padri della Chiesa e sulla Bibbia, uno spazio ristretto da quattro confini (a Nord i ghiacci, a Sud il deserto, ad Est le grandi steppe e ad Ovest il vasto oceano) con al centro Gerusalemme e concentrato sul Mediterraneo, dove dominava appunto l'Urbs. Questo lo vediamo benissimo in opere come la “Navigatio Sancti Brendani” e nel mito del Prete Gianni.

Solo intorno al XIII secolo ad uno spazio cristiano si affiancò uno più laico, quello dei banchieri e dei mercanti (si pensi a Marco Polo), che superarono le vecchie concezioni e navigarono prima verso Oriente e poi più avanti s'inoltrarono anche nell'Atlantico: ricordiamo che l'importante missione nell'Oceano Atlantico dei fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, avvenuta nel 1294, fu il preludio dei grandi viaggi di esplorazione del Quattrocento. Il Trecento rappresentò un secolo di passaggio (e per la Chiesa di crisi), che porterà al grande secolo dell'Espansione Europea, appunto il XV. Esso vide l'Europa divisa e in preda alla paura del Turco, che con la Caduta di Costantinopoli nel 1453 premeva sempre più verso Occidente. Ciò spinse per primi in assoluto i Portoghesi a cercare una via più sicura ed economica per raggiungere l'Asia dalle mille spezie. Nello stesso tempo la Chiesa, uscita dalla Cattività Avignonese, dopo aver superato la tempesta dei concili raggiunse il massimo della sua potenza, che durò fino al 1527 con il Sacco di Roma. Aveva infatti consolidato le sue basi territoriali, aveva affermato, a dispetto di Lorenzo Valla e delle sue teorie, il primato assoluto spirituale e temporale allo stesso tempo del Papa (pontifex imperator...dominus mundi), riprendendo la vecchia concezione teocratica gregoriana, era ricca grazie alle indulgenze e sapeva farsi rispettare ed ascoltare.

In mezzo a tanti Stati in lotta tra di loro si proponeva ancora una volta non tanto come arbitro quanto come delegante di poteri. Chiamava l'Europa in raccolta alla Crociata e interviva nella delicata questione delle scoperte geografiche. Proprio in questo secolo i suoi papi sono quasi tutti liguri (Niccolò V, Sisto IV, Innocenzo VIII, e Giulio II) o spagnoli (I Borgia con Callisto III ed Alessandro VI), quindi figli di quel mondo crociato e mercantile medioevale. Non è un caso che a fine secolo la Spagna, completato l'iter della Reconquista, pareggiò i conti con il Portogallo e iniziò ad avventurarsi verso nuovi mondi, nel momento in cui proprio uno spagnolo di altissima portata, come Rodrigo Borgia, saliva sul soglio di Pietro con il nome di Alessandro VI.

Lo stesso Cristoforo Colombo, uomo invasato di dottrine religione, che si considerava il destinato per eccellenza a questa missione, ebbe forse contatti con i vari papi liguri, come Sisto IV ed Innocenzo VIII e con lo stesso Alessandro VI. Si stabilì tra l'altro un rapporto speciale fatto di rispetto reciproco tra il navigante genovese e l'avventuriero valenzano, due personaggi di umili origini, ma che con la loro spregiudicatezza e la loro astuzia si innalzarono nella scala sociale, diventando rispettivamente Ammiraglio della Corona Spagnola e Papa. Essi sono due parvenù, due arricchiti, che si sono fatti da soli, cercando aiuti ed appoggi per salire di status sociale: sono due tipici personaggi del Mondo Mediterraneo, provenienti da quelle due culture di avventurieri, come la genovese e la catalana, che erano sempre state in lotta tra di loro, ma contemporaneamente si intendevano reciprocamente.
Il rapporto tra il Borgia e Colombo emerge moltissimo in due situazioni particolari: prima da parte di Alessandro VI, che nella Bolla “Inter Coetera” elogia l'esploratore Colombo (“... uomo degno e di molta fiducia e idoneo a così grande impresa...”) per la sua Scoperta, poi da parte dello stesso Colombo, che scrisse una lettera rispettosa al Santo Padre nel Febbraio 1502.

La Chiesa benedisce le nuove scoperte geografiche 

Ancora prima dei Viaggi Colombiani. Per tutto il XV, secolo la Chiesa di Roma osservò con particolare interesse le imprese africane ed oceaniche del Portogallo: piccola nazione di pochi uomini, ma di numerosi e grandi esploratori. E sono proprio i papi liguri a battezzare il nuovo processo di esplorazione. Il primo di questi fu Niccolò V (al secolo Tommaso Parentucelli, originario forse di Sarzana, papa dal 1447 al 1455), che in data 8 Gennaio 1454 con la Bolla Romanus Pontifex approvò quanto il “diletto figlio, nobile uomo Enrico, Infante del Portogallo” stava operando in sede esplorativa nell'Oceano Atlantico. Egli aveva già scoperto nuove isole, aveva cristianizzato indigeni, e ora si prefiggeva di raggiungere per mare gli abitanti dell'India:
“...E così potrà rendere partecipi, pure gli indiani, di venire in aiuto dei cristiani contro i saraceni e altri nemici della fede, e poter combattere senza tregua alcune sette del nefandissimo Maometto.”
Questa era la tipica politica dei papi dal XIII secolo: bisognava trovare sostenitori contro l'Islam, che aiutassero la Cristianità ad impossessarsi nuovamente di Gerusalemme e poi nel Quattrocento di Costantinopoli. Infatti già nel Duecento Giovan Da Pian del Carpine e Marco Polo furono in missione diplomatica presso la Corte Mongola per questi motivi e l'ossessiva ricerca del Prete Gianni aveva le stesse finalità. Ciò dimostra che Roma nel corso dei secoli mantenne saldi i suoi obiettivi, approffittando di eventi nuovi, come le scoperte geografiche, per attuarli. Proseguendo, la Bolla di Niccolò V esaltava i successi dei Portoghesi, dimostrandosi molto ben informata dei risultati esplorativi lungo le coste della Guinea. Ma lo scopo della Bolla fu proprio quello di proibire giuridicamente ad altri stati cristiani di sostituirsi nell'Atlantico alle iniziative dei Portoghesi, in qualunque settore di attività esplorativa, di commercio, di pesca ecc... In tal modo il Papa riconobbe la legittimità delle nuove acquisizioni territoriali e ne dette l'investitura, conferendone la sovranità personalmente al re Alfonso e ai suoi successori e all'Infante Enrico IV.

Questa Bolla, che fu un complesso documento diplomatico, frutto del lavoro dello stretto segretario del Papa Pietro da Noceto, ricordò e confermò precedenti privilegi concessi da Roma dai papi Martino V e Eugenio IV e - simultaneamente – stabilì alcune condizioni che i Portoghesi erano tenuti a rispettare. La clausola finale dichiara che: “...dunque a nessuno sia lecito infrangere quanto attiene a questa pagina di nostra dichiarazione, costituzione, donazione, concessione, appropiazione, di stabilito, di commiato, di esortato, d'ingiunto, di proibito, di autorizzato e di volontà ecc...”. Da questa clausola si capisce che tale documento non fu un un atto di supplica, ma fu una sorte di vera investitura da parte del Papa, garante della Cristianità e sovrano delle Res Terrae, a un re cristiano, come Enrico IV.

La madre di tutte le bolle di questo tipo, dove il Papa, in quanto sovrano delle Res Terrae in nome di Cristo, si arroga il diritto di assegnare a suo piacimento le terre del globo terrestre ai vari sovrani cristiani, a lui sottomessi, fu la Cum Universae Insulae del 1091 di Urbano II (al secolo Ottone o Oddone di Lagery, papa dal 1088 al 1099). Questo documento affermava quindi la sovranità teorica della Chiesa su tutte le isole del mondo, anche se di fatto a parte il Patrimonio di San Pietro essa non ebbe mai dei propri possedimenti o delle proprie colonie né nel Mediterraneo né Oltreoceano. Da qui si capisce il tipo di politica adottata dalla Chiesa nel corso dei secoli e le varie investiture dei pontefici ai sovrani cristiani o a varie entità statali, a cui vengono assegnati porzioni di territori dall’Europa dell’Est al Mediterraneo in primis e in ultimo all’Atlantico. Appunto questo monopolio portoghese sulle Indie serviva a conferire ad Enrico l'immagine del sovrano cristiano, che con l'aiuto degli Indiani lottava contro Maometto II. Con questo così venivano estesi anche al di là dell'Europa i principi della Crociata e della “Guerra Santa” , che non a caso furono annunciati sempre dallo stesso Urbano II e che dalla metà del Duecento in poi la Chiesa Cattolica aveva riunito in un'organica teorica giuridica attraverso l'”Apparatus” di Innocenzo IV (al secolo Sinibaldo Fieschi, papa dal 1243 al 1254), la “Summa Aurea” di Enrico da Susa, vescovo di Ostia, e il suo commento letterario o Lettura. Questi testi avevano infatti cercato di giustificare la liceità della guerra di conquista contro gli “infedeli” rifacendosi alla tradizione delle “guerre giuste” (Bella Iuxta), che l'Antica Roma “madre e testa di tutte le terre” aveva combattuto contro i “barbari”.

Trattandosi di guerre combattute in nome di Cristo, queste imprese potevano però essere promosse solo da un'“auctoritas” superiore, la Chiesa, che aveva ricevuto la missione di unificare sotto la propria egida tutti i popoli del mondo per trasformare quest'ultimo nell'Orbis Christiana. Questo spirito di Crociata si adattava alle circostanze del periodo: Maometto II aveva conquistato Costantinopoli e Niccolò V, preso dal terrore turco, chiamava a raccolta invano tutti i sovrani europei contro di lui. La Bolla, ultimo atto di questo pontefice, nacque quindi in un clima di paura, ma fu un documento modello per tutte le bolle avvenire. Su spinta dei Portoghesi il successore di Niccolò V, Callisto III (al secolo Alonso Borja o Borgia, papa dal 1455 al 1458), confermò “Ad Verbum” il 13 Marzo 1456 tale Bolla e continuò l'opera del suo successore, organizzando invano la crociata contro Maometto II, ormai definito “L'Anticristo”. Dal 1471 iniziò la serie dei Papi Liguri, che s'interruppe soltanto con il pontificato del secondo Borgia: Sisto IV (al secolo Francesco Maria della Rovere, papa dal 1471 al 1484), poi Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo, papa dal 1484 al 1492. La scelta del nome si rifaceva appunto al genovese Innocenzo IV) e infine il nipote del primo Giulio II (Giuliano della Rovere, papa dal 1503 al 1513); tutti papi di origine marinara, che nella loro vocazione sacerdotale espressero la volontà missionaria di estendere la fede nelle intentate vie dell'oceano. A questi poi si aggiunse l'opera di Alessandro VI ( Rodrigo Borgia, papa dal 1492 al 1503), altro papa di vocazione commerciale, anche se di origine non ligure, ma catalana.

Tutti questi pontefici entrarono forse in contatto con Cristoforo Colombo sia direttamente sia indirettamente. Si pensa, anche se non sono state fatte le dovute ricerche e si parla solo per ipotesi, che sia Sisto IV sia, in modo particolare, Innocenzo VIII hanno finanziato attraverso la loro rete di parentele il navigatore genovese, tenendo presente che al loro fianco c'era un consigliere fidato come Giuliano della Rovere (Giulio II), di cui il raggio di azione toccava Genova e Savona, città abitate dai Colombo. Con Alessandro VI il rapporto, pur se solo ufficiale, è testimoniato dai documenti. A Sisto IV si devono due bolle in elogio dei successi esplorativi portoghesi e in favore della loro espansione politica e territoriale in Africa. Nella Bolla “Clara Devotionis” del 21 Agosto 1472 si concesse al re Alfonso ogni potestà di carattere amministrativo per quanto attiene alle sistemazioni, e agli stessi diritti ecclesiastici nei territori africani recentemente occupati. Molto più importante è la Bolla “Aeternis Regis Clementia” del 21 Giugno 1481, che confermava, nei diritti acquisiti dai Portoghesi, la Bolla di Niccolò V.

Negli stessi anni del pontificato di Sisto IV una lotta dinastica si accese tra Spagna e Portogallo con sanguinosi episodi nella Penisola Iberica e con lotte marittime oceaniche, le quali praticamente esaurirono le forze di ambedue gli avversari: forze tanto più necessarie quanto più fu incombente il pericolo turco nel Mediterraneo. Così si giunse alla Pace di AlcaÇobas (1479). Sisto IV auspicò che la pace stabilita fra Spagna e Portogallo fosse “salda, stabile e costante” (“firma et stabilis et semper duratura”). Per questo fine il Papa ribadì che i Portoghesi avessero assoluta potestà nella terraferma della Guinea, nelle isole di Madeira, di Porto Santo, nell'isola Deserta, e in tutte le isole dette Le Azzorre, cioè degli Sparvieri, e isole Florum e “...anche nelle isole dette di Cabo Verde, cioè del Promontorio Verde, e nelle isole che ora si scoprono e in qualunque altra isola che successivamente sarà scoperta e occupata al di qua e al di là delle Isole Canarie, di fronte alla Guinea, così come qualunque cosa è stata scoperta o sarà pure acquisita entro detti termini, così come ciò che è stato trovato e scoperto rimanga di appartenenza ai suddetti: al re e al principe del Portogallo...”.

Dopo la pace del 1479 il Portogallo continuò con successo le sue ricerche per trovare la via delle spezie con la Circumnavigazione dell'Africa, mentre la Spagna conduceva a termine la Reconquista con la Caduta di Granada nel 1492 ed era pronta a permettere a Colombo di scoprire nuove terre e una via occidentale verso l'Asia, gareggiando con il Portogallo. Protagonista di questi eventi fu Innocenzo VIII. Su di lui è stato cancellato molto, forse all'epoca fu un papa troppo scomodo e il suo successore procedette a una Damnatio Memoriae. Per mancanza di documenti è stato detto di tutto e di più, anche di strampalato, su di lui e sui rapporti forse intercorsi tra il medesimo e Colombo: erano padre e figlio? Il primo fu il principale finanziatore del secondo? Si può solo affermare che durante il suo pontificato si assistette agli antefatti di quegli episodi di svolta, di cui sarà poi protagonista il suo successore Alessandro VI e che inaugureranno una nuova era. È lo stesso Innocenzo VIII a rendersi conto di questo, sottolineando con soddisfazione i progressi della nazione “Portugallia, quae fortissima et devotissima existit”, e con la Bolla “Charissimus in Christo” dell'anno 1485 concesse un' ampia indulgenza a coloro che avessero aiutato le imprese belliche di Giovanni II con i Saraceni.

Roma e Cristoforo Colombo

Fin dagli inizi della sua avventura Colombo si sentì un destinato dalla Provvidenza Divina alla sua missione: si definiva una sorte di missionario, che agiva in nome dei suoi Sovrani nella scoperta ed evangelizzazione di Nuove Terre, le cui ricchezze sarebbero servite anche per finanziare la crociata contro il Turco. La crociata e l'evangelizzazione ritornano quindi di nuovo in auge. Anche se al momento della Scoperta ormai era noto a tutti con il nome nobile ispanico di Cristobal Colon, il nome italiano di Cristoforo Colombo assumeva sempre in lui un significato religioso. Cristoforo viene dal Greco e significa “Portatore di Cristo”: infatti egli si firmò sempre così “XPOFERENS”. Colombo non è nient'altro che il maschile di colomba, colei che rappresenta lo Spirito Santo. Il legame quindi con Roma fu evidente fin dagli inizi dei suoi viaggi.

Si è parlato di un suo rapporto anche finanziario con Innocenzo VIII, frutto di future ricerche. Nella prima lettera del “Libro De Copiador”, un manoscritto scoperto di recente e pubblicato nel 1989, datata Lisbona, 4 Marzo 1493 ed indirizzata ai Re Cattolici Colombo dice:
“ ...Anche la Chiesa di Dio deve occuparsi di ciò; deve far giungere ai prelati e devoti e saggi religiosi; e poiché la cosa è così grande e di tal qualità che è giusto che provveda il Santo Padre prelati che siano assai lontani dalla cupidigia di beni temporali e adattissimi al servizio di Dio e di Vostra Altezza, pertanto Voi, che nella lettera che scriverà su questa vittoria, gli chiediate un cardinalato per mio figlio e che anche se non è in età giusta, gli si dia ugualmente perchè c'è poca differenza fra la sua età e quella del figlio dello Studio dei Medici di Firenze, a cui fu dato il cappello cardinalizio senza che avesse servito e senza che abbia offerto così grande onore alla cristianità; e che mi conceda la grazia della lettera a questo scopo, in modo che io la mandi a chiedere. ...”
Qui Colombo chiede al Papa attraverso l'intercezione dei Sovrani un cardinalato per il figlio Diego, come beneficio famigliare senza nessuno scopo religioso, un po' come era stato fatto con un figlio dei Medici di poco più grande dello stesso suo figlio. L'indicazione è chiarissima: questo figlio dei Medici è Giovanni De Medici, figlio di Lorenzo Il Magnifico, il futuro Leone XIII, che nel 1492 proprio grazie ad Innocenzo VIII a soli 17 anni divenne cardinale senza possedere nessuna vocazione religiosa.

La lettera è fondamentale perché cita l'idea dell'evangelizzazione di nuovi popoli, che sarebbero diventati importanti alleati nella lotta contro il Turco. Le idee di Colombo erano in linea con la politica della Santa Sede fin dai tempi della Romanus Pontifex e il navigatore faceva intendere di agire anche in nome dei Sovrani Cattolici, che portando questo nome, avevano il dovere di garantire, ad maiorem Dei gloriam, la diffusione della fede cristiana fra tutti i popoli, predisponendo a tal fine, in ossequio a un disegno provvidenziale, tutto l'armamentario giuridico e teologico elaborato dalla Penisola Iberica con la Reconquista, appena conclusa. L'idea della Crociata e della presa di Gerusalemme erano temi usuali alla corte spagnola. I Re Cattolici portavano tra i loro titoli quello di “Sovrani di Gerusalemme” e a corte erano circolate voci profetiche grazie anche alle profezie di un certo Arnau da Villanova, che seguendo le linee di Gioacchino da Fiore, tra il XIII e il XIV secolo aveva assegnato ai sovrani aragonesi un ruolo escatologico, in cui rientravano il rinnovamento della Chiesa , la conquista di Gerusalemme e la creazione di un impero mondiale. Quando Colombo arrivò a corte negli anni '80 del XV secolo queste teorie erano già abbondantemente diffuse a corte: si credeva che Ferdinando fosse l'ultimo imperatore universale prima della fine del mondo e sotto di lui Gerusalemme sarebbe stata ripresa.

Inoltre ogni evento della vita di Colombo era dovuto all'intervento della mano di Dio, che aveva indicato la Castiglia come colei che era adatta a patrocinare l'impresa. Sia nella sua personalità sia nelle sue lettere emerge quindi il suo forte legame con la religione e con Roma. Durante la sua vita si sposò una sola volta e al di fuori del matrimonio ebbe forse solo una storia con una donna, con cui concepì il suo secondo figlio Ferdinando, che egli con affetto riconobbe subito, e a cui offrì soldi per vivere e per far crescere bene il proprio bambino. Egli detestava il concubinaggio dei suoi uomini durante il governo di Hispaniola e negli ultimi anni della sua vita preferiva stare più con i frati che con le donne. La sua personalità fu mistica e religiosa al tempo stesso: in certe cerimonie si sentiva un certo imbarazzo o un senso d'iralità a vederlo vestito con l'abito da francescano e legato con i ceppi durante le sue esibizioni mistiche. Il Colombo, uomo cattolico Romano, esterna più volte fedeltà al Papa, che è riconosciuta nell'atto di maggiorasco del 22 Febbraio 1498, dove obbliga suo figlio ed erede Diego a utilizzare le ricchezze acquistate anche per la crociata contro gli infedeli, e addirittura per venire in soccorso al Papa, qualora uno scisma nella Chiesa lo avesse a minacciare la perdita del suo grado e dei suoi beni temporali. Inoltre al figlio Diego raccomandò sempre di mantenere aperti con la sua famiglia tre contatti principali: la Corona, il Banco di San Giorgio e al Papato appunto. Nelle lettere il legame con il Cristianesimo emerge attraverso parole Cristianità, Santa Chiesa e Santa Fede. Per esempio la parola Cristianità è un termine storico-politico molto usato da Colombo. In passi del suo Giornale di Bordo la parola è ripetuta più volte.

A parte l'idea della Crociata e della presa di Gerusalemme, che sono puri e semplici ideali per attuare il suo progetto e per ricevere i giusti finanziamenti, si possono sottolineare due punti significativi: 1) Colombo prese possesso delle Nuove Terre in nome dei Re di Spagna. 2) Colombo prese a cuore la conversione al Cristianesimo dei Nuovi Popoli scoperti. Il primo punto portò irrimediabilmente allo scontro tra Spagna e Portogallo, che rivendicava il possesso di alcune terre secondo le Bolle di Niccolò V e Sisto IV: lo stesso Colombo ne subì le conseguenze, perchè al ritorno dal primo viaggio Giovanni II lo tenne prigioniero a corte. Venivano messe in discussioni le bolle precedenti e bisognava trovare un accordo pacifico tra i due Stati Cristiani con l'intervento della mano ferma di Alessandro VI, che divenne l'arbitro della contesa con un ruolo maggiore rispetto a quello che era stato dei suoi predecessori, perchè queste terre era nuove e fin da ora non erano appartenute a nessuno. La Chiesa era sempre intervenuta tra le contese dei sovrani per questioni territoriali sia in Italia sia in Europa, attribuendo con difficoltà però territori di vecchia data a quello o all'altro sovrano. Ora la questione era più semplice, perchè c'erano da distribuire in feudo nuovi domini. Alessandro VI tenne conto delle indicazioni di Colombo, che ingannava il Sovrano del Portogallo e agiva per la Castiglia.

Il secondo punto invece era di assoluta competenza della Chiesa e fu una conseguenza del primo. Fra il maggio e il settembre 1493 Alessandro VI emanò cinque bolle frutto di un lungo lavoro diplomatico con i due stati. La più importante di queste, la seconda Inter Caetera del 4 Maggio, auspicando “che la fede cattolica, la religione cristiana sia esaltata e si diffonda in ogni luogo e che si procuri la salvezza delle anime e che i popoli barbari siano vinti e condotti alla fede”, fissava infatti una linea immaginaria (o raya), che, passando a cento leghe “verso ovest e a sud di qualsiasi delle isole comunemente chiamate Azzorre e Capo Verde”, precisava il confine tra la zona di influenza portoghese e spagnola. Poiché, però, questo tipo di partizione favoriva eccessivamente la Spagna, un negoziato diretto fra le due parti avrebbe condotto alla stipula del trattato di Tordesillas, firmato il 7 giugno 1494, quando Colombo stava compiendo il secondo viaggio, in base al quale la linea di divisione fu spostata a 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde, vale a dire all'altezza del 47º meridiano, per permettere ai navigatori portoghesi di compiere la circumnavigazione dell'Africa sulle rotte che avevano già cominciato a percorrere. La Bolla Inter Coetera ebbe una forte importanza. Alessandro VI cercò in tutti i modi di favorire le pretese dei suoi connazionali e non si sprecò in elogi verso i Re Cattolici e verso Colombo, che la sua fama, ma anche i suoi lati negativi, si erano già diffusi a Roma attraverso le parole dei Domenicani e dei Francescani. Inoltre si ricordano i meriti dei Re nella lotta contro gli infedeli e quelli di Colombo per la sua Scoperta. In più, oltre alla concessione in feudo delle nuove terre ai reali da parte del Papa, si parla di conversione al Cristianesimo dei nuovi popoli, che i Sovrani dovranno attuare in nome della Santa Chiesa Cattolica.

La Chiesa e il Nuovo Mondo dopo Colombo

Dopo l’esperienza di Colombo, Roma con i suoi pontefici si preoccupò di divulgare al mondo la nuova scoperta e continuò, attraverso le sue bolle, a intervenire sulle questioni territoriali e religiose del Nuovo Mondo. In Italia lo Stato della Chiesa fu l’unica corte italiana, che capì l’importanza delle nuove esplorazioni, che si stavano verificando in quegli anni: questo era dovuto alla sua politica universalistica, uno dei più importanti capisaldi della missione apostolica della Chiesa, che si doveva infatti rivolgere a tutto l’ ”Orbs Terrarum”. Dopo la morte di Alessandro VI fu compito di Giulio II e della sua corte di teologi di sottolineare l’importanza di tali eventi.

Non è solamente Colombo a sentirsi lo strumento attraverso cui si attuano le profezie di Isaia. È un cardinale della Chiesa, che interpreta il convergere di una vita culturale, che spezza antiche chiusure, con la compiuta conoscenza di questo mondo nel senso di una restaurazione dell’uomo. Con questa interpretazione del mondo, in cui Terra e Cielo, nuovi cieli e nuove terre si mescolano, sembra concludersi, e in un certo modo si conclude davvero, un fenomeno di ampie proporzioni, che soprattutto in quell’ultimo mezzo secolo aveva riunito in una tensione collettiva il mondo europeo: anni difficili per lotte sanguinose, ma anni davvero colmi di novità e di scoperte. L’età nuova annunziata dai predicatori, da colti umanisti, da spiriti riformatori, da papi promotori di crociate, era davvero in qualche modo arrivata; in un certo senso era persino giunta un’età dell’oro, anche se l’oro americano non era la risposta più adeguata ad una domanda così profonda. La palingenesi però non era venuta e non verrà; così come non verranno né l’anticristo nell’imperatore degli ultimi tempi, né la pace o l’auspicata unità tra Cristiani. Vecchio e nuovo mondo si sono appena avvicinati, ma l’Europa resta un teatro di lotte e l’America sfuma i suoi contorni in una ben precisa lontananza.

Con il pontificato Giuliano, identificato con la quercia dei Della Rovere, ormai siamo giunti a una nuova età, che però ha ereditato ancora le vecchie concezioni. Giulio II fu il papa del Quinto Concilio Lateranense (3 Maggio 1512), dove si ribadiva la concezione teocratica della Chiesa. Egli fu l’ultimo pontefice a credere in questa concezione ancora medievale: dopo di lui non sarà più possibile, poiché la Storia aveva preso un corso diverso. Infatti Giulio II fu l’ultimo papa, che, seguendo tale concezione, s’inserì nelle lotte tra Spagna e Portogallo che continuavano dopo la ratifica delle Bolle Alessandrine. Egli ratificò il Trattato di Tortedillas con la Bolla “Ea Quae “ del 24 Gennaio 1506, con la quale i Portoghesi videro confermati i vantaggi loro derivanti dal trattato del 1494 e furono cautelati da eventuali tentativi spagnoli di rimettere in vigore le concessioni di Alessandro VI per limitare la loro espansione in Oriente. Questa fu la sesta e l’ultima delle bolle pontificie, dove la Chiesa pose fine ad interventi nel campo territoriale. Ma fu una Bolla che aprì la strada ad una concezione laica del Diritto Internazionale.

La Bolla di Giulio II fu confermata dal suo successore Leone X (al secolo Giovanni De Medici, papa dal 1513 al 1521), continuatore del Concilio Lateranense, che si concluse nel 1517 e sostenitore quindi delle concezioni del suo predecessore, che, con la Bolla “ Praecelsae Devotionis “ del 1514, garantì al Portogallo il diritto di possesso su tutte le terre strappate ai pagani, non solo in Africa e in India, ma su qualsiasi altra parte del globo che fossero riusciti a raggiungere via mare: la vecchia linea di demarcazione rimaneva così valida soltanto per l’Atlantico e andava intesa solo come linea di demarcazione della rotta che ogni nave poteva seguire per raggiungere le Indie.

Ma l’autorità degli Stati Nazionali viene ormai ad emergere come un fatto incontestato, che va ben oltre i piccoli arrangiamenti, per diventare la struttura portante del nuovo diritto internazionale. Infatti pochi anni dopo, a cominciare dal re di Francia Francesco I, le realtà politiche e economiche, rimaste escluse da questo tipo di suddivisione, avrebbero iniziato a contestare la legittimità del diritto d’intervento del pontefice in materia profana, con particolare riguardo alle bolle emanate in seguito alla scoperta e ai principi giuridici che le sostenevano. Il Nuovo Mondo non era più solo di Spagnoli e Portoghesi, ma in esso erano arrivati anche, dal Cinquecento in poi, francesi, inglesi e olandesi, che non si preoccuparono minimamente delle direttive papali. La Chiesa si rese conto già con il vecchio Della Rovere che il mondo era cambiato e le vecchie concezioni stavano tramontando, soprattutto all’alba della Riforma Protestante e dell’episodio tragico del Sacco di Roma del 1527, che fecero entrare la Chiesa sotto l’ombra del gioco spagnolo: il legame tra Roma e la Spagna si fece più saldo anche per le questioni sul Nuovo Mondo. Dal XVI secolo essa emanò varie bolle che si preoccuparono essenzialmente del reclutamento del clero, della fondazione di nuove diocesi nel nuovo continente, della Evangelizzazione del nuovo Mondo e del dibattito sulla Schiavitù degli indios, ma non si occupò più di confini territoriali.

Ma è stato notato che da Giulio II in poi le Americhe suscitarono poco interesse da parte della Chiesa, impegnata di più sul fronte italiano ed europeo, ormai ridotta a una sorte di Principato Italiano, per via dei suoi possedimenti temporali. Inoltre c’era una difficoltà nei funzionari romani di avere notizie fresche sulle nuove esplorazione. Le bolle seguenti dimostrano che gli stessi pontefici fossero ignoranti sulla Geografia delle Americhe. La stessa missione pastorale della Chiesa venne rimandata e non venne affrontata subito seriamente, né durante il concilio Lateranense del 1512, dove per la prima volta furono presenti tre membri della gerarchia ecclesiastica americana, né durante il Concilio di Trento. Solo nel 1622 Gregorio XV (al secolo Alessandro Ludovisi, papa dal 1621 al 1623) con la Bolla "Inscrutabili Divinae" del 22 giugno 1622, e con altri documenti successivi, costituì la Congregazione "De Propaganda Fide". Il compito specifico della Congregazione era (ed è ancora oggi) la propagazione della fede nel mondo intero, con la specifica competenza di coordinare tutte le forze missionarie, di dare direttive per le missioni, di promuovere la formazione del clero e delle gerarchie locali, di incoraggiare la fondazione di nuovi Istituti missionari ed infine di provvedere agli aiuti materiali per le attività missionarie, promuovendo l'avvio di opere di pubblica utilità. La nuova Congregazione divenne in tal modo lo strumento ordinario ed esclusivo del papa per l'esercizio di giurisdizione su tutte le missioni e la cooperazione missionaria. I cardinali della congregazione non si occuparono affatto del Nord America e menzionarono poco le Indie e il Brasile, terre lontane dei domini spagnoli e portoghesi. La Chiesa fin dal principio tese solo a sottolineare l’importanza delle nuove scoperte e intervenne negli affari religiosi soprattutto dei domini di Spagna e Portogallo.

La Spagna fu la prima che iniziò il processo di evangelizzazione nel Nuovo Mondo. Già nel 1504 Giulio II con una Bolla concesse ai sovrani di Spagna la possibilità di creare tre vescovati nelle Indie, il cui compito era convertire “infedeli et gentes barbaras ad fidem Christi” e amministrare “sacramenta ecclesiastica ac alia spiritiualia eisdem ac omnibus aliis Christianis in illis pro tempore degentibus”. I sovrani di Spagna la lasciarono cadere in favore di un’altra Bolla, di quattro anni più tardi, la “Universalis Ecclesiae Regimini” del 28 Luglio 1508, che divenne il fondamento legale del cosiddetto “Patronato”, una vera e propria delega in perpetuità che il papa concedeva alla Spagna sul governo ecclesiastico delle Indie. Pochi anni più tardi papa Adriano VI (Al secolo Adriaan Florensz Dedel, papa dal 1521 al 1523) risolveva il problema del reclutamento del clero missionario nelle Indie con la Lettera “Exponi Nobis Fecisti” al suo discepolo Carlo V, meglio nota come Bolla “Omnimoda”, del 10 Maggio 1522, con la quale affidava le Indie, tenendo presente soprattutto il caso del Messico, al dominio dei francescani, il primo ordine che era partito al seguito di Colombo. Dopo questo primo gruppo si moltiplicheranno lungo XVI secolo gli arrivi di missionari francescani, domenicani, agostiniani, gesuiti, mercedari ed altri.

Per quanto riguardava i nuovi possedimenti francesi ed inglesi la chiesa li sottopose, a partire dal 1622, a Propaganda, sorta proprio allo scopo di centralizzare e coordinare l’attività missionaria. A questo proposito, interessante è quindi analizzare l’argomento dell’Evangelizzazione Spagnola, che come si è già visto parte nel momento di finanziare l’impresa di Colombo, quando la regina Isabella spera di condurre altri popoli alla vera fede e non bada né a spese né a difficoltà per onorare gli impegni assunti con Papa Alessandro VI (1492-1503), che aveva concesso ai sovrani il diritto di patronato sulle nuove terre in cambio di precisi doveri di evangelizzazione. Ne consegue uno spiegamento missionario senza precedenti, che dà presto una nuova configurazione alla realtà ecclesiale universale, proprio nel momento in cui le convulsioni religiose in Europa provocavano gravi divisioni nella Cristianità. Protagonisti di questa epopea sono innanzitutto i missionari - altamente selezionati e dotati di grande libertà d’iniziativa di fronte alle autorità civili - , quindi la Corona spagnola, cioè i sovrani e gli organi di governo, fra cui il Consiglio delle Indie, infine tutti gli spagnoli giunti nel continente - conquistadores e coloni - , i quali, nonostante i limiti del loro operato, erano consapevoli di aprire la strada alla diffusione del messaggio di Cristo.

L’azione evangelizzatrice opera in tre direzioni convergenti: l’irradiazione della fede e della cultura cristiana, il salvataggio delle lingue e delle tradizioni del continente americano, la civilizzazione delle popolazioni locali. Sotto il primo aspetto i missionari fanno fruttificare i semi di religiosità presenti nelle credenze dei popoli indigeni attraverso l’elaborazione di nuovi metodi di catechesi, la creazione di parrocchie di indios, dove costoro venivano istruiti nella verità della fede cristiana e ricevevano i sacramenti, e la preparazione di catechismi bilingui o pittografici. Di fronte al lento progresso dell’evangelizzazione dei primi anni -rivolta a popoli idolatri e lontani culturalmente dalla mentalità europea- i missionari comprendono che è necessario conoscere a fondo la mentalità e la cultura indigena per presentare il Vangelo nel modo più adeguato. Con un lavoro di autentica premessa all’inculturazione essi studiano le istituzioni, gli usi e i costumi degli indios, raccolgono con amore le testimonianze culturali amerinde più antiche - dando inizio alla moderna etnografia - e apprendono gli idiomi locali, dedicandosi anche alla stesura di grammatiche, di vocabolari e di frasari di conversazione. In questo modo fanno compiere alle lingue indigene, fino ad allora soltanto orali, un incommensurabile salto qualitativo, elevandole all’astrazione della scrittura alfabetica, che dà loro la possibilità di superare l’arcaica struttura che le caratterizzava e di pervenire alla cultura riflessiva.

Infine, i conquistadores e i missionari procedono a un vero e proprio atto di fondazione, erigendo città e creando istituzioni di governo, e realizzano una fondamentale opera di civilizzazione, analoga a quella compiuta dalla Chiesa in Europa durante il Medioevo cristiano. Costruiscono case e chiese, promuovono l’agricoltura e l’allevamento degli animali, creano scuole di arti e mestieri, aprono ospedali - il primo di questi, fondato in Messico da Cortés, nel 1521, è attivo ancor oggi - e numerosissimi centri di carità, fondano collegi e università, la prima delle quali a Santo Domingo, nel 1538, a meno di cinquant’anni dalla scoperta.  L’integrazione fra vincitori e vinti è annunciata dall’apparizione della Vergine Maria all’indio Juan Diego (1474-1544) nel dicembre 1531, sulla collina di Tepeyac, presso Città di Messico, appena dieci anni dopo l’impresa di Cortés.

Conclusioni

La Chiesa, secondo la concezione teocratica gregoriana, si arrogò, fin dai tempi più antichi, il diritto di tracciare confini, di conferire ampi e vasti territori ai sovrani cristiani e di dettare le regole della Geografia Medioevale. Inoltre, in quanto destinata da Cristo, si fece portavoce dei valori dell’Evangelizzazione di nuove terre, scopo principale della sua missione terrena, grazie alla quale si era diffuso il Cristianesimo, e della Crociata contro gli infedeli. Non a caso è lo stesso Papa Urbano II, figlio delle tesi gregoriane, che con le sue bolle, allo stesso tempo, promosse la crociata e conferì alla Chiesa il dominio su tutte le isole del Mondo. La concezione teocratica, che ebbe in sé il concetto di Crociata, di Evangelizzazione e di Dominio del Mondo, raggiunse la sue più solide basi nel Duecento. Questo fu il secolo, in cui attraverso la figura del papa genovese Innocenzo IV e quella del filosofo San Tommaso d’Aquino, si venne a definire definitivamente il concetto di Guerra Santa contro gli infedeli e i miscredenti ed iniziarono le prime missioni in Oriente, da cui arrivò la Leggenda del Prete Gianni. 

Ma fu anche il secolo in cui si dette l’avvio ai primi viaggi nell’Atlantico, dopo che la sconfitta di San Giovanni d’Acri nel 1291 aveva fatto cadere le speranze degli europei di recuperare le terre sante da Occidente. L’obiettivo era di recuperare Gerusalemme da Oriente attraverso l’aiuto di alleati, come il Prete Gianni o lo stesso Sovrano dei Mongoli. Ma è solo con il Quattrocento che si realizzò la grande Espansione Europea: la paura del Turco, che incombe ad oriente, portò in primis i Portoghesi e poi gli Spagnoli a cercare una nuova via a Occidente per raggiunger le Indie ricche di spezie. I Portoghesi dettero l’avvio alla circumnavigazione dell’Africa, mentre gli Spagnoli, attraverso la figura di Colombo, pensano di trovare l’Oriente attraverso l’Occidente. Il navigatore genovese riprese le idee di Papa Fieschi e, attraverso l’idea della Crociata e della conversione di nuove genti per la conquista di Gerusalemme a nome della Spagna, convinse i Re Cattolici a dare l’avvio al suo progetto. Intanto la Chiesa si era emancipata dalla tutela ingombrante della Francia, era tornata a risiedere a Roma e durante i concili dei primi anni del XV secolo aveva ripreso in vigore le vecchie concezioni teocratiche gregoriane, affermando il primato assoluto del Papa. 

Tutti i pontefici di questa età, quasi tutti di origine ligure con eccezioni di due pontefici spagnoli e di uno fiorentino, promossero le nuove scoperte e risolsero, con le loro bolle, i conflitti tra i due protagonisti di queste, la Spagna e il Portogallo. Sul trono pontificio ci sono catalani e genovesi, che con le loro fitte reti parentali, dominano la Storia del Mediterraneo. Il genovese Innocenzo VIII governò il pontificato proprio durante gli anni in cui Colombo progettò la sua impresa: il nome, che si scelse, rimanda subito al suo omonimo concittadino e pontefice del XIII secolo, attraverso il quale rimise in vigore gli ideali della Crociata. Ma è Alessandro VI, il papa catalano, che cambiò i destini del Mondo: risolse le questioni tra Portogallo e Spagna, tracciando una semplice linea di demarcazione sull’Atlantico e dette le indicazioni alla Spagna sui metodi di evangelizzazioni degli Indios. Con Giulio II e Leone X si chiuse la seconda era teocratica della Chiesa: stavolta per sempre. All’alba della Riforma Protestante, che divise l’Europa, ormai non più sotto il segno di Roma, la Chiesa non si poté più permettere d’intervenire nelle questioni territoriali degli Stati Nazionali, ormai forti e indipendenti da qualsiasi potere secolare. Inoltre Inglesi, Francesi e Olandesi, rimasti fuori dal dominio del Nuovo Mondo, rivendicarono le loro scoperte e se ne infischiarono delle direttive papali. 

La Chiesa dopo il sacco di Roma era ormai sotto l’egida spagnola, che dal 1580 con Filippo II dominava anche in Portogallo: essa non può che intervenire solo nella fondazione di nuove diocesi nel Nuovo Mondo, sui missionari e sul dibattito forte, che in Spagna si stava creando a favore degli Indios ad opera del Las Casas. La sua tutela riesce a raggiungere solo i domini spagnoli e portoghesi, soprattutto i territori dell’America Latina, dove la spada spagnola si accompagnò alla croce romana, così come sta accadendo con le guerre di religione in Europa. Quindi ormai la Chiesa, dal XVI secolo, tende a concentrarsi sulla sua missione pastorale: la fondazione della Propaganda nel 1622 servì a questo scopo; ancora oggi tutte le missioni della Chiesa sono regolate da questa. La meravigliosa opera dell’Evangelizzazione Cristiana sul Nuovo Mondo era iniziata e non si fermò più: francescani in primis, domenicani, benedettini, agostiniani e gesuiti poi andarono come missionari nel Nuovo Mondo. Con essa due Mondi si sono incontrati e confrontati e si sono riuniti. 

Ma essa non è riuscita ad evitare nessuna catastrofe: prima gli Indios e poi gli Africani sono stati sottoposti a umiliazioni disumane dai loro colonizzatori, che hanno ripercussioni ancora oggi. La Chiesa si porta dietro uno dei più terribili pesi di coscienza, che la Storia non è riuscita a fermare. Le bolle, che lei emana, denotano una fase di passaggio tra Quattrocento e Cinquecento: da bolle riguardanti questioni territoriali e religiose si passa a bolle di argomento, che riguardano solo la religione. Il tono e le ideologie non cambiano però: il Papa, prima in quanto sovrano temporale e dopo in quanto unico delegato delle cose spirituali, si rivolge ai sovrani come il loro padre e il loro pastore ed invita loro a realizzare la missione della Chiesa di diffondere il messaggio cristiano nelle nuove terre. I concetti non cambiano, è la Storia del Mondo che ha visto nuovi eventi. Da ciò capiamo come la Chiesa esista ancora ora: ha mantenuto il suo messaggio, ma rinnovandosi ed adattandosi ai tempi. Ciò le ha permesso di continuare a esistere e a diffondersi in ogni parte del Mondo. Il Nuovo Mondo quindi fu per lei un’occasione di crescita e di rinnovamento, ma anche di forti errori, ma che comunque le permise di entrare a contatto di una realtà, che fino ad allora era a lei ignota.

Francisco Pizarro

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La conquista spagnola delle Americhe






Era un figlio illegittimo di un distinto colonnello di fanteria, Gonzalo Pizarro Rodríguez de Aguila, detto "el largo" che, al seguito del grande condottiero spagnolo Gonzalo Fernández de Córdoba, si distinse nella campagne militari in Italia e in Navarra. La madre, tale Francisca Gonzales y Mateos, era una donna di umili origini, probabilmente una fantesca della sorella del colonnello, Beatríz Pizarro.

Nacque sicuramente a Trujillo, ma l'anno della sua nascita è incerto e i suoi molti biografi hanno proposto date contrastanti, comunque comprese tra il 1471 e il 1478, anche se la più probabile sembra il 1475.

Malgrado fosse nato al di fuori del matrimonio, Francisco venne riconosciuto dal padre e poté assumerne il nome, ma non per questo venne ammesso nella famiglia dei Pizarro e crebbe con la madre ed i parenti di questa. La sua educazione fu assai limitata e pare che non sapesse leggere e scrivere, anche se era capace di riprodurre la sua firma, come provano alcuni documenti da lui sottoscritti. Da giovane fu un contadino come la madre e i suoi parenti: un pastore di maiali, fuggito nelle Americhe, per timore della punizione conseguente alla perdita di un esemplare.

Sappiamo poco della vita di Francisco Pizarro prima del suo arrivo nelle Indie, avvenuto nel 1502 con la spedizione di Nicolás de Ovando, il nuovo governatore dell'isola di Hispaniola, anche se lo storico cinquecentesco López de Gómara parla di una sua esperienza militare in Italia, al seguito del padre e in compagnia di suo fratello Hernando.

nel 1509, alla disgraziata spedizione di Alonso de Ojeda verso Urabá nell'attuale Colombia. Nel 1513 si aggregò a Vasco Núñez de Balboa che, esplorando l'istmo di Panamá giunse fino alle coste del Pacifico. Successivamente, quando Balboa cadde in disgrazia presso le autorità spagnole, fu proprio Pizarro che provvide al suo arresto e che, per ricompensa della sua azione, venne nominato dal governatore Pedro Arias Dávila, sindaco della città di Panamá. Dal 1519 al 1523 si dedicò allo sfruttamento di alcune "encomiendas" che gli apportarono un piccolo capitale, sufficiente a vivere agiatamente, ma non adeguato alle sue ambizioni.

Nel 1522 giunse a Panamá la notizia delle immense fortune rinvenute da Hernán Cortés nelle sue spedizioni in Messico. La fortunata avventura stimolò in Pizarro il desiderio di eguagliare il suo valoroso concittadino e le sue mire si indirizzarono verso i territori meridionali, ancora inesplorati e sulla cui ricchezza circolavano svariate leggende. Erano però necessari degli ingenti capitali e una autorizzazione governativa, ma entrambi vennero trovati grazie ad una associazione con altri interessati.

La spedizione, partita nel 1524, si rivelò un vero disastro. Le coste dell'odierno Ecuador erano allora per un buon tratto selvagge e inabitate, ma gli esploratori non ne erano a conoscenza e procedettero ad una capillare ricognizione tra giungle ostili e palude malsane perdendo numerosi uomini. Quando infine decisero di rientrare a Panamá, con un nulla di fatto, dovettero affrontare l'ostilità del governatore che rinfacciò loro la scomparsa di tanti soldati. Solo la mediazione di Hernando de Luque, un sacerdote spagnolo che faceva parte degli associati, permise di ottenere la possibilità di organizzare una seconda spedizione.

La seconda spedizione non ebbe, almeno all'inizio, risultati migliori della precedente e mise a repentaglio la vita di tutti i suoi componenti perennemente in lotta con le insidie della giungla e la minaccia di morire di fame. Pizarro però si ostinò nel suo tentativo e con tredici commilitoni rifiutò di reimbarcarsi, dichiarandosi disposto a morire sul posto piuttosto che rientrare umiliato. Le preghiere di Luque e altri affiliati ottennero, infine, dal governatore il permesso di inviare un piccolo vascello, al comando del pilota Ruiz, per raccogliere quegli irriducibili, sotto, però, la condizione perentoria di cessare ogni esplorazione nel lasso di tre mesi.

Quella che doveva essere una spedizione di soccorso si rivelò invece la vera chiave di volta per la scoperta del regno degli Inca. Ruiz infatti incrociò una balsa carica di indigeni e seppe dell'esistenza di una ricca città poche leghe più a Sud. Imbarcato Pizarro, decise di veleggiare in quella direzione e pervenne effettivamente a Tumbez, la porta marittima dell'impero peruviano. Quando tornarono a Panamá, i fortunati esploratori potevano mostrare , a riprova dei loro racconti, alcuni monili d'oro, dei manufatti elaborati e alcuni lama, unitamente a dei giovani indigeni raccolti sul posto. I loro racconti parlavano di una città in pietra, ricca d'oro e segno evidente di una civiltà progredita, ma la loro fama era ormai rovinata e tutti li presero per pazzi ed invasati e nessuno, tanto meno il governatore, prese in esame l'ipotesi di procedere ad una ulteriore spedizione.

L'ostinazione era però la caratteristica principale di Pizarro e dei suoi soci e, i tre, quantunque rovinati, concepirono l'ardito proposito di chiedere aiuto direttamente alla Corona. Con un ultimo sforzo riuscirono a raggranellare, a prestito, il denaro necessario e Pizarro, a nome di tutti si imbarcò per la Spagna. Il rozzo soldato trovò a Corte un ambiente favorevole, grazie ai recenti successi di Hernan Cortes e riuscì a convincere i regnanti del possibile successo dell'impresa che era venuto a offrirsi di guidare. Era del resto una consuetudine della politica spagnola quella di incoraggiare ogni sorta di spedizione purché i suoi promotori provvedessero a finanziarla personalmente. La Corona interveniva con una ridotta partecipazione alle spese, per lo più alcuni cavalli e pochi cannoni e si riservava il quinto di ogni futuro provento. Le cariche erano offerte con generosità, cosi come le prebende future perché potevano essere esercitate e riscosse soltanto a successo avvenuto.

Pizarro ottenne così l'autorizzazione ad armare una propria spedizione impegnandosi a reclutare, a sue spese, un esercito di duecentocinquanta uomini. In cambio otteneva la carica di governatore dei futuri territori conquistati, di "alguacil major" e "adelandato" dimenticandosi di patrocinare la posizione di Almagro che veniva nominato soltanto comandante della fortezza di Tumbez. Con i suoi fratelli e poche altre decine di animosi, Pizarro era ben lungi dall'adempiere alle condizioni richieste, ma scaltro e determinato com'era salpò ugualmente dalla Spagna senza sottostare al controllo degli ufficiali governativi.

Giunto nelle Americhe dovette affrontare l'ira di Almagro che si sentiva defraudato dei suoi diritti, ma ancora una volta la diplomazia di Luque doveva aiutarlo a superare ogni divergenza ed infine, nel gennaio del 1531, una audace brigata muoveva alla volta delle terre del Sud. Si componeva di poco meno di duecento uomini e disponeva di sole tre navi, ma era animata da una forte determinazione.

L'arrivo a Tumbez fu deludente. La cittadina era stata distrutta e nulla restava della magnificenza che gli Spagnoli avevano ammirato durante la loro precedente visita. Nell'impero era in corso una guerra civile tra i fratelli Atahuallpa campione di Quito e Huascar, signore di Cuzco e Pizarro pensò di approfittarne offrendo i suoi servigi ad uno dei contendenti per inserirsi nella lotta per il potere supremo. Non era facile, però, scegliere il partito giusto perché le notizie erano contrastanti e, nell'attesa di prendere una decisione, gli Spagnoli accolsero benevolmente le ambascerie di entrambi gli avversari. La guerra civile decise per loro, perché mentre erano ancora sul litorale Atahuallpa ebbe ragione del fratello e dovette giocoforza confrontarsi con lui. Il nuovo sovrano teneva la sua Corte a Cajamarca e gli Spagnoli dovettero scalare le Ande per giungere ad incontrarlo. Giunsero in vista della città il 15 novembre del 1532 e, dall'alto del colle che la sovrastava, ebbero, per la prima volta, la visione dell'immensità delle forze che si proponevano di affrontare. Atahuallpa li attendeva con un esercito di più di trentamila uomini attendato nella pianura circostante.

Pizarro decise di esplorare le intenzioni del sovrano e inviò una ambasceria composta da suo fratello Hernando e da Hernando de Soto. I due distinti cavalieri tornarono impressionati dalla dimostrazione di forza e di disciplina delle armate peruviane, ma portarono anche la notizia del prossimo arrivo di Atahuallpa, previsto per l'indomani, nella città che, nel frattempo, gli spagnoli erano autorizzati ad occupare. Sull'incontro ufficiale e risolutivo degli spagnoli con l'Inca esistono molte versioni. Di certo sappiamo che Atahuallpa entrò nella piazza con un seguito ridotto composto da dignitari disarmati. Era tanta la fiducia dell'Inca sulla superiorità delle sue truppe, numericamente soverchianti l'avversario, che non si aspettava di essere attaccato da un drappello di nemici. Il suo esercito stazionava nei pressi e da solo incuteva rispetto e lo garantiva da ogni sorpresa, ma il sovrano non aveva fatto i conti con l'audacia degli Spagnoli.

L'attacco fu preceduto da preliminari. Il domenicano Vicente de Valverde si fece avanti da solo nella piazza, con un interprete indigeno e pretese di illustrare ad Atahuallpa i dettami della fede cristiana. Spiegò pomposamente che il suo signore, il Re di Spagna era il legittimo proprietario di quelle terre, in quanto investito dal sommo Pontefice e chiese che il sovrano del regno degli Inca si riconoscesse suo vassallo. Atahuallpa, tra il sorpreso e l'indignato, chiese da dove venissero queste pretese e il domenicano gli mostrò la Bibbia. L'inca gliela prese di mano e la guardò con attenzione, poi l'accostò all'orecchio e, non sentendo alcun suono (la parola di Dio), stizzito la gettò per terra. Il religioso devotamente la raccolse e cominciò a gridare "È l'Anticristo! È l'Anticristo!"

Pizarro non aveva nessun bisogno di essere stimolato per passare all'azione, dato che dalla sera precedente aveva preparato minuziosamente l'assalto e aveva disposto i suoi uomini al riguardo. L'azione fu talmente rapida ed inaspettata che gli inca, tra l'altro disarmati, non furono in grado di opporre alcuna resistenza e caddero, schiere su schiere, sotto i colpi micidiali dei "conquistadores". Atahuallpa venne catturato personalmente da Pizarro e trascinato all'interno di una costruzione, mentre la carneficina continuava implacabile senza che l'esercito inca, privo di ordini, accennasse ad intervenire. Quando scese l'imbrunire la tragedia era compiuta e migliaia di corpi giacevano nella piazza e nelle adiacenze a testimoniare la durezza dello scontro.

Nella speranza di salvarsi la vita, avvedutosi della cupidigia degli Spagnoli per l'oro, offrì un favoloso riscatto, in oggetti del prezioso metallo, pari a quanto poteva essere contenuto nella stanza in cui era rinchiuso fino all'altezza di una riga tracciata con il braccio teso. Secondo alcuni la stima dell'ammontare è pari a oltre 40 milioni di euro in oro e argento. Si tratta di una cifra probabilmente assai inferiore alla realtà, pur senza considerare il valore artistico dei pezzi, fusi senza rispetto per l'artigianato e l'arte incaica. Per ottenere questo risultato Atahuallpa fece spogliare i templi del suo regno da ogni oggetto prezioso, ma ciò nonostante i suoi carcerieri, rinnegando la parola data, si rifiutarono di lasciarlo in libertà ed anzi decisero di giustiziarlo. Per la verità Pizarro si oppose, per un certo tempo, a questa drastica decisione, ma infine, esortato da Valverde e dal tesoriere della Corona, Riquelme, acconsentì alla sua esecuzione.

Il 26 luglio 1533 Atahuallpa venne pertanto giustiziato, in lacrime davanti alla moglie ed i due figlioletti,nella piazza principale di Cajamarca con lo strumento della garrota. Avrebbe dovuto, secondo la sentenza di morte, essere bruciato sul rogo, ma le modalità dell'esecuzione vennero mutate in seguito alla sua conversione in extremis e conseguente battesimo. Ovviamente è tutta da considerare la spontaneità del suo passaggio alla Fede cristiana.

Pizarro, nel frattempo, ormai governatore di un vasto impero, ambiva a strutturare i territori amministrati in una forma che desse lustro all'importante carica che occupava. Cuzco era stata la capitale degli Inca, un popolo montano i cui interessi erano lontani dal mare. Gli Spagnoli, invece, legati alla madrepatria e alle altre colonie avevano necessità di un accesso all'Oceano che garantisse duraturi rapporti con gli altri compatrioti. Si decise pertanto la fondazione di una nuova capitale sulla costa e Pizarro, in persona, si dedicò alla sua costruzione. La città, fondata il 15 gennaio del 1535 ebbe il nome di Ciudad de los Reyes. Attualmente è nota con quello di Lima ed è rimasta la capitale del Perù. I territori ancora inesplorati vennero successivamente conquistati e Pizarro distribuì generosamente tra i suoi commilitoni cariche ed incombenze creando una rete di fedeli collaboratori che dovevano a lui la ricchezza acquisita.

All'improvviso scoppiò una rivolta tra gli Inca, guidata da Manco II. Egli era il governatore di Cuzco, che gli spagnoli avevano eletto per governare quella regione, in virtù dei servigi a loro resi. I soprusi subiti però dai fratelli del governatore superarono la misura e Manco progettò la vendetta. La rivolta scoppiò improvvisa e sconvolse tutto il Perù. I primi a subire l'odio degli indigeni furono i coloni spagnoli isolati che vennero trucidati a decine, ma ben presto una moltitudine in armi si presentò di fronte a Cuzco e a Lima. Le due città restarono isolate e dovettero fronteggiare un assedio lungo e prolungato. Pizarro da Lima temeva per i suoi fratelli, che tutti davano per morti e si privò di quante truppe poteva per cercare di aiutarli.

Gli Inca, però, avevano appreso le tattiche di combattimento degli europei e le colonne di soccorso furono tutte distrutte. Centinaia di Spagnoli perirono nel fondo di oscure gole schiacciati da massi fatti rotolare dall'alto, senza poter sfruttare la terribile arma dei cavalli che fino ad allora aveva fatto la differenza. Ciò nonostante gli Inca non riuscirono ad avere ragione dei due nuclei spagnoli stretti in assedio a Cuzco e a Lima. La difesa offerta dalle mura fu determinante, permettendo a pochi di opporsi a molti e, in più, il travolgente impeto della cavalleria giocò sempre una parte determinante, nelle numerose sortite che caratterizzarono il conflitto. Inoltre, come per Cortés, a favore degli spagnoli ci fu l'ostilità delle etnie ostili agli Inca.

Pizarro, che nel frattempo era stato nominato "Marchese della conquista", avrebbe potuto dedicarsi alla organizzazione dei territori sotto la sua giurisdizione, ma prima voleva renderli sicuri dalle violenze degli indigeni ribelli che compivano ancora cruente incursioni. Dapprima tentò di accordarsi con l'Inca fuggitivo, ma ogni speranza di pacificazione venne frustrata dalla reciproca sfiducia ed allora mise in atto una feroce politica di repressione.

Decisivi negli ultimi anni della vita di Pizarro furono i "Cileni". Così venivano chiamati gli spagnoli che erano stati al seguito di Diego de Almagro, un avventuriero affiliato della spedizione. Per problemi di accordi e di rivendicazioni (soprattutto nei territori vicini a Cuzco) Pizarro preferì allontanare Almagro perché non scoppiasse una guerra tra i suoi, e lo mandò alla ricerca del favoloso regno del Cile, che, secondo le storie che venivano raccontate, era ricchissimo. Se fosse riuscito nell'impresa avrebbe tenuto sotto il proprio controllo, altrimenti sarebbe tornato e avrebbe preso possesso dei teritori che gli spettavano dall'inizio.

Mentre la ribellione degli Inca guidata da Manco, stava per essere sedata definitivamente, accadde che Almagro tornò dal Cile senza risultati reclamando ovviamente Cuzco. Hernando Pizarro, fratello di Francisco, però, su ordine del re di Spagna, aveva preso possesso di quelle terre. Almagro puntò decisamente su Cuzco e catturò i propri nemici. L'intervento di Francisco permise di raggiungere un accordo: Almagro avrebbe rilasciato Hernando Pizarro, dietro giuramento di questi di tornare in Spagna, mentre il possesso di Cuzco sarebbe rimasto provvisoriamente ai "cileni" in attesa che la Corte spagnola chiarisse meglio la portata delle sue disposizioni. Ma fu Hernando che non riconobbe quello che era concordato e il 26 aprile del 1538 nella pianura di Las Salinas, nelle adiacenze di Cuzco sconfisse Almagro lo giustiziò lui stesso. Francisco si rinchiuse a Lima e fece finta di non vedere. L'ignominia di Hernando sarebbe costata oltre venti anni di prigione al suo autore, ma il governatore Francisco restò immune da ogni accusa anche se l'opinione pubblica lo ritenne il vero responsabile.

La politica di repressione attuata da Pizarro a questo punto, non colpì direttamente i "Cileni", ma nei loro confronti vennero esercitate delle misure repressive che li portarono all'esasperazione. Furono progressivamente privati di tutte le fonti di entrate e finirono ridotti sulla soglia di povertà. Fieri ed orgogliosi rifiutarono comunque di piegarsi e preferirono vivere nell'indigenza piuttosto che accettare l'elemosina di quello che ritenevano il carnefice del loro capo. L'annuncio dell'arrivo di un emissario del potere regale suscitò un comprensibile entusiasmo tra le file dei reietti, ma la loro soddisfazione fu di breve durata perché giunse la notizia che l'incaricato governativo era scomparso in mare. Tra le file dei Cileni esasperati corse invece la voce che fosse stato fatto uccidere da Pizarro e che la stessa sorte stava per toccare a tutti i suoi oppositori. I Cileni avevano venduto ogni loro bene, ma avevano conservato le spade ed ora, convinti che fosse giunta la loro ultima ora, decisero di attaccare per primi.

Il 26 luglio del 1541, in quindici o sedici si diressero verso la casa del Marchese e irruppero senza difficoltà all'interno. Pizarro che non si aspettava quell'attacco riuscì a guadagnare le sue stanze con l'intenzione di vestire la corazza e resistere in attesa di aiuto. Lo accompagnavano il fratellastro Martín de Alcantara e due paggi a cui si accodò il capitano Francisco de Chavez che rimase a guardia dell'entrata.

L'attacco fu ovviamente devastante e Pizarro venne colpito a morte, ma non morì sul colpo, ma ebbe appena il tempo di fare un segno di croce sul pavimento e di invocare il nome di Gesù prima di spirare. I Cileni si resero solo allora conto della portata della loro azione. Non era più possibile ormai tornare indietro e decisero di giocare la carta dell'insurrezione. La notizia della morte di Pizarro corse rapidamente per tutta la città seminando sgomento tra i suoi seguaci e grida di giubilo tra gli altri fedeli di Almagro.

Un maturo capitano, Juan de Rada si mise a capo dei rivoltosi, ma da veterano accorto e sagace comprese che era necessario un capo carismatico in cui si riconoscessero tutti gli insorti. Il potere fu offerto al figlio di Almagro, Diego di nome come il padre. Era un giovane di poco più di venti anni, ma il suo nome garantiva per lui e, tra acclamazioni generali, venne nominato governatore dalle tremebonde autorità regie. Pizarro venne calato in una fossa frettolosamente scavata, ma il suo corpo, si trova, attualmente a Lima, nella cattedrale, sotto l'altare maggiore.

Hernán Cortés

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La conquista spagnola delle Americhe






Nato a Medellìn nel 1485, proveniva da una famiglia di hidalgos dell'Extremadura. Studiò per un certo periodo all'Università di Salamanca. Nel 1504 andò nelle Indie, appena scoperte da Colombo, dove si stabilì come scrivano e possessore di terre nell'isola di Hispaniola (Santo Domingo). Nel 1511 partecipò allaspedizione a Cuba come segretario del governatore Diego Velazquez, che lo nominò alcalde della nuova città di Santiago.

Nel 1518 Velazquez affidò a Cortés il comando di una spedizione nello Yucatan, ma il governatore, sospettoso del suo sottoposto, ceh aveva fatto imprigionare una volta con l'accusa di cospirazione, decise di togliergli l'incarico prima della partenza. Cortés, avvertito di ciò, accelerò la partenza e s mise per mare prima di ricevere la notizia ufficiale. Appena sbarcato nello Yucatan, Cortés diede ordine di bruciare le navi: in questo modo intendeva assicurarsi che i soldati lo seguissero senza ripensamenti.

Disobbedendo espressamente agli ordini del governatore, fondò sulla costa del Golfo del Messico la città di Villa Rica di Vera Cruz. Furono accolti favorevolmente dall'imperatore azteco Montezuma: pare che, in base a segni premonitori e alle antiche leggende del suo popolo, li avesse scambiati per emissari di Quetzalcoatl, una delle principali divinità azteche. I segni premonitori non furono gli unici indicatori dell'identità fra conquistadores e Quezalcoatl, in gran parte tale convinzione è da attribuire alle doti di Cortès, versatile manipolatore, in grado di adattarsi alle situazioni più sfavorevoli, abile dominatore delle tecniche di comunicazione è lui infatti mediante il suo comportamento a creare tali apparenze a partire da ciò che poteva essere soltanto un sospetto agli occhi degli aztechi.

Spagnoli ed Aztechi possedevano due forme diverse di comunicazione che determineranno la disfatta di uno ed il trionfo degli altri. Gli Aztechi privilegiano la comunicazione con il Mondo, con Dio, attraverso la divinazione, l'interpretazione dei presagi, la consultazione degli oracoli e del passato definiscono il senso della realtà attuale. Gli spagnoli, fortemente religiosi, privilegiano tuttavia la Comunicazione Uomo-Uomo, ed a questo scopo si adoperano.

La prima mossa di Cortés, giunto in Messico, fu quella di procurarsi degli interpreti: Gerónimo de Aguilar, uno spagnolo naufragato che parlava la lingua dei Maya e La Malinche (nome originale Malintzin, Doña Marina per gli spagnoli) che parlava Nahuatl lingua degli Aztechi e la lingua Maya.

In questo modo Cortés poteva raccogliere tutte le informazioni necessarie all'elaborazione della sua strategia. Scoperti i dissensi che separavano i popoli sottomessi agli Aztechi vi strinse presto alleanze: poiché questi ultimi ne razziavano continuamente la popolazione per procurarsi vittime da sacrificare agli dei e li affliggevano con pesanti tributi, essi non attendevano altro che l'occasione di ribellarsi; a costoro Cortés dopo la conquista darà ampli poteri e privilegi.

L'ambiguità sarà anche la prerogativa di Cortés oltre che dell'imperatore Montezuma, ma quella di Cortés sarà volontaria allo scopo di disorientare il nemico. Egli farà credere di essere un Dio, ad esempio confermando le impressioni degli indiani che vedevano nella bussola, nelle mappe geografiche degli oggetti magici, sotterrerà i cavalli (sconosciuti agli aztechi) una volta morti per confermare il sospetto degli indios che li consideravano immortali. Fu molto attento a controllare la condotta dei suoi uomini affinché non si lasciassero dare ad eccessi di cupidigia e di violenza poiché intendeva dissimulare la natura delle proprie intenzioni: Cortés spiegherà lo spropositato interesse spagnolo per l'oro dicendo che ne facevano uso a scopo medicinale! In definitiva, la capacità di Cortés di dominare la comunicazione in Messico sarà una delle cause principali della sua vittoria.

Tale flessibilità spagnola così come la rigidità azteca si manifesteranno anche in battaglia: gli aztechi seguivano un rituale tradizionale in guerra (gli abiti che indossavano per l'occasione, il luogo della battaglia, l'urlo prima di attaccare), facilitando con tale prevedibilità il lavoro dei conquistadores.

Così, quando Cortés entrò a Tenochtitlan accolto con tutti gli onori da Montezuma, aveva già con sé un esercito di circa 3000 indios. In breve gli spagnoli presero il controllo della città: l'imperatore obbediva docilmente a Cortés e accettò di far cessare i sacrifici umani e persino di farsi battezzare. Nei sei mesi seguenti, Cortés e i suoi alleati autoctoni, i Tlaxcalteca, furono sempre più ospiti sgraditi nella capitale.

In giugno, dal Golfo del Messico a Cortés arrivò notizia che un gruppo molto più numeroso di Spagnoli era stato mandato dal Governatore di Cuba Velázquez per arrestare Cortés per insubordinazione. Lasciando Tenochtitlán nelle mani del suo fidato tenente, Pedro de Alvarado, Cortés marciò fino alla costa, e sconfisse la spedizione cubana guidata da Pánfilo de Narváez. Quando Cortés raccontò ai soldati sconfitti della città dell'oro, Tenochtitlán, essi decisero di unirsi a lui.

Durante la sua assenza, Alvarado guidò un attacco immotivato contro molti nobili Aztechi nel tempio principale, uccidendo dozzine o centinaia di essi. L'episodio è ricordato come il Massacro del Templo Mayor.

Al suo ritorno in giugno, Cortés scoprì che gli Aztechi avevano eletto un nuovo Hueyi Tlatoani, Cuitláhuac, non così bendisposto verso i Conquistadores. Poco tempo dopo, gli Aztechi circondarono il palazzo che ospitava gli Spagnoli e Moctezuma. Cortés ordinò a Moctezuma di parlare alla sua gente da una balconata del palazzo e convincerla a lasciar ritornare gli Spagnoli in pace verso la costa. Moctezuma fu insultato ("femmina degli spagnoli!") e gli vennero tirate pietre e frecce. Cadde per quella che fu definita una commozione cerebrale. Moctezuma morì alcuni giorni dopo, avvilito e depresso, se per le ferite o vittima degli Spagnoli, non è dato sapere.

Sotto assedio, con scarse provviste di cibo e acqua, Cortés decise di fuggire dalla città. I ponti su quattro delle otto strade rialzate che entravano in città erano stati rimossi, perciò fu costruito un ponte mobile. L'oro e il resto del bottino sottratto agli Aztechi fu diviso in pacchi; molti degli Spagnoli si erano caricati di quanto più oro potessero portare, malgrado le raccomandazioni dei loro comandanti. Gli zoccoli dei cavalli furono avvolti in panni per attutire il rumore.

Nella notte del 1º luglio, 1520, il suo piccolo esercito lasciò il proprio avamposto e mosse verso ovest, verso la strada Tlacopan . Quest'ultima era apparentemente incustodita — forse a causa della pioggia, della disattenzione o incapacità degli Aztechi di prevedere un attacco notturno — e gli Spagnoli riuscirono a passare inosservati, e a farsi strada attraverso la città addormentata. Prima di raggiungere la strada però, furono notati da guerrieri Aztechi, che diedero l'allarme.

La battaglia fu feroce. Quando gli Spagnoli e i loro alleati raggiunsero il ponte, centinaia di canoe apparvero nelle acque circostanti per fermare il piccolo esercito. Gli Spagnoli e i loro alleati nativi si fecero strada combattendo sotto la pioggia, a volte usando il ponte mobile per coprire i fossati, sebbene col proseguire della battaglia alcuni di questi si fossero talmente riempiti di macerie e corpi che i fuggitivi riuscivano a camminarci sopra. In alcuni casi, l'oro e l'equipaggiamento appesantivano i conquistadores a tal punto che questi morivano affogati. Cortés, Alvarado e gli altri soldati più abili riuscirono ad aprirsi la strada fuori da Tenochtitlán e quindi a fuggire.

Due settimane dopo, nella battaglia di Otumba, non lontano da Teotihuacan, si voltarono per affrontare gli inseguitori aztechi, sconfiggendoli - secondo quanto dice Cortés, fu lui stesso a uccidere il loro capitano - e dando agli spagnoli abbastanza vantaggio da permettergli di raggiungere Tlaxcala.

Si ritirò quindi alla base spagnola di Vera Cruz per rifornirsi di uomini e artiglieria. Nel frattempo la morte per vaiolo di uno schiavo proveniente dall'Africa, diffuse una devastante epidemia fra gli Aztechi, decimandone le forze. Non riusciranno mai più a opporre agli Spagnoli un esercito valido e motivato, ma soltanto inutili schermaglie. Cortés si era portato sotto le mura della città alla testa di 700 fanti spagnoli, 86 cavalieri, 118 archibugieri, e con supporto di 50.000 Tlaxcala. Ebbe il supporto di armi da fuoco e cavalli, che terrorizzavano un nemico che non ne conosceva l'esistenza sino a due anni prima. Aveva inoltre fatto costruire 13 imbarcazioni, sia a remi che a vela, munite di un cannone ciascuna ed equipaggiati da 25 soldati armati di archibugi e balestre. La flottiglia appoggiava le truppe che attaccavano lungo le sponde l'isola e distrusse uno stuolo di canoe da guerra azteche. Quando infatti gli spagnoli e i loro alleati presero sotto il proprio controllo i ponti della città, che gli aztechi avevano comunque distrutto, la battaglia si spostò sul lago dove i brigantini spagnoli ebbero la meglio sulle canoe indigene.

La città venne posta sotto assedio per dieci settimane, dal 26 maggio al 13 agosto: gli aztechi subirono pesanti perdite e soffrirono della mancanza d'acqua a seguito del taglio di un acquedotto, ma riuscirono tuttavia a tenere a bada gli assedianti. Gli spagnoli presi prigionieri venivano sacrificati sulle piramidi, visibili da lontano dei loro compagni terrorizzati. Gli spagnoli continuarono ad avanzare, nonostante gli attacchi sempre più massicci degli assediati. Dopo essere riusciti ad entrare in città gli spagnoli furono ancora impegnati in combattimenti continuati strada per strada, dove rimasero 15000 difensori, e dove la fame e la sete avevano già fatto migliaia di vittime.
Le armi sconosciute degli Spagnoli permisero a Cortés di avere la meglio, uccidendo anche gli ultimi guerrieri aztechi. Nella città conquistata i morti sono decine di migliaia, e aumenteranno ancora per le malattie portate dai conquistatori.

Il Messico divenne la colonia spagnola dal nome Nuova Spagna; l'imperatore Carlo V nominò Cortés suo governatore. Tuttavia, la corona spagnola, praticò in quel periodo una politica di taglio dei poteri dei conquistatori, per controllare più direttamente le Indie. Arrivarono così in Messico funzionari reali mandati a controllare e limitare l'autorità di Cortés fino a quando, nel 1528, venne rimosso e inviato in Spagna.

In Spagna venne assolto da tutte le accuse ed venne anche nominato Marchese della Valle di Oaxaca, oltre a mantenere la posizione di onorario capitano generale, ma non le funzioni pubbliche. Tornato in Messico nel 1530, organizzò numerose spedizioni di conquista, come quella che permise di aggregare al Messico la Baia della California (1533 e 1539). Tornò nuovamente in Spagna per cercare di ottenere privilegi dalla Corona per i servizi resi, e partecipò anche una spedizione contro Algeri nel 1540, ma le sue richieste non ebbero mai avuto piena soddisfazione. Si stabilì in un villaggio vicino a Siviglia, dove morì il 2 dicembre del 1547. Il suo corpo riposa, dal 1629, a Città Del Messico.